THE EXHIBITION_ curated by Lara Limongelli


Gabriele Rossi was born in Latina, he has been carrying out an acute and rigorous photographic research since 2007 which focuses on landscape, on the meaning of places and the relationships they establish with their own image, caught in their urban and social nature, deprived of human presence but full of traces of it, walls, disused signs, houses and forms of houses, naked structures of abandoned buildings, never completed.
The pivotal stage of his path, in which we can say that the photographer becomes an author, is ITACA: closer to an atlas than to a photographic book because of its precise intentionality - as compared to the emptying of places to the association to a predetermined perspective, to a localization.The latter, also denied in the caption, is instead granted as a last resort, just like the analytical index in the last pages of a text book, geographical maps, and tourist guides. The reference to ITACA is not accidental: in this exhibition, the book is not a finish line but rather a starting point for a new journey. The photographies are chosen from the book and here they live a different life, they become the matrices of copies, become xerox.
From ITACA, whose images are taken with a field camera, Gabriele Rossi proceeds to detract the photographic element, until he reaches the dry black and white of the photocopy. Copies of copies, because let us not forget the in-depth nature of photography, the infinitereproducibility of images: and yet very special copies, as much as they are unique.
The neologism of “Xerotypes” could be created for them.
With this exhibition project, Gabriele Rossi seems to boldly deny any aesthetic and contemplative value to his works, rather acting in favour of technical image, very dear to Vilém Flusser, carrying out an apparently conceptual and analytical operation, through a reduction of the landscape to the elementary form of things. And yet this taking away, started by the names of the places, is going on with the alogical order of the images respect to a real itinerary, and achieve this exhibition with the loss of colour (down to the photographic black and white, also colour). This operation succeeds in giving back to images - thanks to this subtractive disorientation - their evocative value, that "more" of indefinite that delves into the imagination and that we usually entrust to painting or to a certain type of photography that reproposes a romantic ideal of landscape, certainly not to the technical image.
Thus, the title of the project, a circular return to the poetic image, this verse by Rilke seems to set these tables to music rather than define them. At the beginning it is jarring, a deliberate contradiction that instead unfolds the author's research before our eyes and, without explaining it, restores that sense and possibility within every place, extraneous, known or anonymous, in its elementary structure and, due to this, infinite.



THE REVIEW_ curated by Italo Bergantini and Gianluca Marziani 

CARTE D’IDENTITÀ [IDENTITY CARD]


IDENTITY CARDS in a Europe that pursues matrixes of common and shared growth.


IDENTITY CARDS for belonging to the necessary roots of our Nation, declaring a geography but opening up to the free flow of ideas, images, themes.


IDENTITY CARDS to open up to deep dialogue and share the best version of the future, hypothesizing an Italian contribution to an aesthetic cooperation for a better tomorrow.


ROMBERG's 2019-2020 season crosses nine iconographic lines between PAINTING and PHOTOGRAPHY, the two Cartesian poles of an Italian imaginary that has built up learned world identities with its manifold humanity. NINE ARTISTS for as many identity strategies that read the social status, the human apparatus, the anthropological realities, the relational theme, the urban mutation and the morphologies of the landscape.


IDENTITY CARDS to think about the open boundaries of what we see, about mutation as an evolutionary constant, about change and its necessary balance, about the possibilities of a tomorrow beyond geographical boundaries, beyond the rhetoric of populism, beyond the fear of our own shadow.

LA MOSTRA_ a cura di Lara Limongelli


Gabriele Rossi, nato a Latina, porta avanti dal 2007 una ricerca fotografica acuta e rigorosa concentrandosi sul paesaggio, sul senso dei luoghi e delle relazioni che questi instaurano con la loro stessa immagine, colti nella loro natura urbana e sociale, privati da presenze umane ma carichi delle loro tracce, muri, insegne in disuso, case e forme di case, scheletri di palazzi abbandonati, mai terminati. 

Una delle tappe fondamentali del suo percorso, in cui possiamo dire che il fotografo diventa autore, è ITACA: più vicino all’atlante che al libro fotografico proprio per questa precisa intenzionalità rispetto allo svuotamento dei luoghi dall’associazione a una visuale predeterminata, a una localizzazione. Quest’ultima, negata anche nella didascalia viene invece concessa in ultima istanza, proprio come l’indice analitico che si trova nelle pagine finali dei sussidiari, delle mappe geografiche, delle guide turistiche. Il riferimento a Itaca non è casuale: in questa mostra, il libro è invece che punto di approdo, punto di partenza per un nuovo viaggio. E’ dal libro che vengono scelte le fotografie che qui vivono una diversa vita, diventano le matrici di copie, diventano xerox. Da ITACA, le cui immagini sono scattate con banco ottico, Gabriele Rossi procede col sottrarre l’elemento propriamente fotografico, fino all’asciutto bianco e nero della fotocopia. Copie di copie, perché non dimentichiamo la natura intrinseca della fotografia, l’infinita riproducibilità delle immagini: eppure copie molto particolari in quanto uniche. Si potrebbe creare per loro il neologismo di Xerotipi.

Con questo progetto espositivo, Gabriele Rossi sembra coraggiosamente negare ogni valenza estetica e contemplativa a quelle che sono le sue opere, a favore di quella di immagine tecnica, tanto cara a Vilém Flusser, facendo un’operazione apparentemente concettuale e analitica, tramite una riduzione del paesaggio all’elementare forma delle cose. Eppure questa sottrazione, iniziata dai nomi dei luoghi, continuata con l’ordine alogico delle immagini rispetto a un reale itinerario di viaggio, e approdata con questa mostra alla sottrazione anche del colore ( sino al bianco e nero fotografico, anch’esso colore), riesce a restituire alle immagini – grazie a questo spaesamento sottrattivo - la loro valenza evocativa, quel “più” di indefinito che scava nell’immaginazione e che solitamente affidiamo al dipinto o a un determinato tipo di fotografia che ripropone un ideale romantico del paesaggio, non certo all’immagine tecnica. Questo spiega il titolo del progetto, il ritorno circolare all’immagine poetica, un verso di Rilke che sembra musicare più che definire queste tavole. Inizialmente è stridente, un voluto controsenso che a ben vedere dispiega davanti agli occhi la ricerca dell'autore e, senza spiegarla, ne restituisce il senso e la possibilità di ogni luogo, estraneo, conosciuto o anonimo, nella sua struttura elementare e, forse proprio per questo, infinita. 



LA RASSEGNA_ a cura di Italo Bergantini e Gianluca Marziani

CARTE D’IDENTITÀ


CARTE D’IDENTITÀ in un’Europa che insegue matrici di crescita comune e condivisa.


CARTE D’IDENTITÀ per un’appartenenza alle radici necessarie della Nazione, dichiarando una geografia ma aprendosi al libero flusso di idee, immagini, tematiche.


CARTE D’IDENTITÀ per aprirsi al dialogo profondo e condividere la versione migliore del futuro, ipotizzando un contributo italiano alla cooperazione estetica per un giusto domani.


La stagione 2019-2020 di ROMBERG incrocia nove linee iconografiche tra PITTURA e FOTOGRAFIA, i due poli cartesiani di un immaginario italico che ha costruito sapienti identità del mondo con la sua umanità molteplice. NOVE ARTISTI per altrettante strategie identitarie che leggono lo stato sociale, l’apparato umano, le realtà antropologiche, il tema relazionale, la mutazione urbana e le morfologie del paesaggio.


CARTE D’IDENTITÀ per ragionare sui confini aperti dello sguardo, sulla mutazione come costante evolutiva, sul cambiamento e il suo equilibrio necessario, sulle possibilità di un domani oltre i confini geografici, oltre la retorica del populismo, oltre la paura della nostra ombra.

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