JONATHAN DI FURIA / SPACE BOUND

curated by Italo Bergantini and Gianluca Marziani


February - March 2018

ROOMBERG ROMBERG'S Project Space - Latina (Italy)

installation view Roomberg Project Space - Latina

Space Bound, 2017. Oil and acrylic on canvas 160x200 cm

The Flycatcher, 2017 > The Flycatcher's Brother, 2018 > The Flycatcher's Friend, 2017. 

Oil and acrylic on canvas 70x50 cm (each)

MAN... vertical, plastic, surrounded by a dense gravitational space

SPACE... horizontal, silent, chained around the body in equilibrium


Jonathan Di Furia plays on an essential perspective principle, here recreated in the pictorial relationship between a single man and a delimited space. An interlocking between the vertical structure of the body and the enveloping openness of the horizontal landscape: each character thus has its elective place, as if it were a tailor-made suit, a silent stage without scenic artifices. The artist outlines a narrative through autonomous acts, where physical actions correspond to the theme of a single story. A sort of post-media metaphysics, daughter of Carlo Carrà and Giorgio Morandi, actualized in the margin of a black and white film but also in the digital codes of optical bench photography.


Gestures of bizarre simplicity float between empty vistas, alienating architectures, metaphysical modernisms and archaeological ruins... in the field there are only adult males, well dressed, sons of an urban culture that privileges the rigour of Beckett's appearances... "the loneliness of the first males" one could say, to paraphrase a novel that touched on the subtle differences between solitude and solitary life. There is no univocal feeling that explains the single picture, if anything an unstable chain of feelings more or less gloomy, more or less ironic, more or less dramatical... The picture becomes the mirror of a reality like ours today, where appearances move relationships, where the futile overcomes the essential, where dispersion exceeds conservation, where beauty is often an easy misunderstanding for superficial listeners.


The artist lowers the chromatic temperature and blends the intersection between figure and environment. He creates smooth variations in shades of grey, using colour in a thematically solid and conceptually stable way. Space Bound is a container of stories, places and characters apparently distant from each other. Common facts between metaphysical pathos and subtle irony, stories that speak of bizarre and extravagant characters, just like in everyday life: from the boy who observes the emptiness to the one who dives inside, from the businessman in precarious balance to the musician without an instrument... they are our stories, stories that are absurd, grotesque, paradoxical, but no more than the reality that surrounds us.


Jonathan Di Furia: "Man and surrounding space, an inextricable combination, a fragile
interdependence. I am interested in behavioural dynamics within certain contexts. I am interested in how external phenomena can change the condition of internal factors: profile, emotions, inclinations, generating a constant process of identification. I focus my attention on the condition of existential emptiness, and then freeze it inside the painting... a painting used only as a pretext to underline the sense of precariousness that characterizes existence ".

UOMO… verticale, plastico, circondato da un denso spazio gravitazionale

SPAZIO… orizzontale, silenzioso, concatenato attorno al corpo in equilibrio


Jonathan Di Furia gioca su un principio prospettico essenziale, qui ricreato nella relazione pittorica tra un singolo uomo e uno spazio delimitato. Un incastro tra l’impianto verticale del corpo e l’apertura avvolgente del paesaggio orizzontale: ogni personaggio ha così il suo luogo elettivo, come fosse un abito su misura, un palcoscenico silente senza artifici scenici. L’artista delinea una narrazione per atti autonomi, dove le azioni fisiche corrispondono al tema della singola storia. Una sorta di metafisica postmediale, figlia di Carlo Carrà e Giorgio Morandi, attualizzata nel margine del bianconero filmico ma anche nei codici digitali della fotografia da banco ottico.


Gesti di bizzarra semplicità galleggiano tra vuoti panoramici, architetture alienanti, modernismi metafisici e rovine archeologiche… in campo ci sono solo maschi adulti, ben vestiti, figli di una cultura urbana che privilegia il rigore beckettiano delle apparenze… “la solitudine dei maschi primi” verrebbe da dire, parafrasando un romanzo che toccava le sottili differenze tra solitudine e vita solitaria. Non esiste un sentimento univoco che spieghi il singolo quadro, semmai una catena instabile di sensazioni più o meno cupe, più o meno ironiche, più o meno drammaturgiche… Il quadro diventa lo specchio di una realtà come quella odierna, dove le apparenze muovono le relazioni, dove il futile vince sull’essenziale, dove la dispersione supera la conservazione, dove la bellezza è spesso un facile malinteso per ascoltatori superficiali.


L’artista abbassa la temperatura cromatica e amalgama l’incrocio tra figura e ambiente. Crea varianti morbide di scale sul grigio, usando il colore in maniera tematicamente solida e concettualmente stabile. Space Bound è un contenitore di storie, luoghi e personaggi in apparenza distanti fra loro. Fatti comuni tra pathos metafisico e ironia sottile, storie che parlano di personaggi bizzarri e stravaganti, proprio come nella vita quotidiana: dal ragazzo che osserva il vuoto a quello che ci si tuffa dentro, dall’uomo d’affari in equilibrio precario al musicista senza strumento… sono le nostre storie, storie appunto assurde, grottesche, paradossali, ma non più di quanto lo sia la realtà che ci circonda.


Jonathan Di Furia: “Uomo e spazio circostante, un’inestricabile combinazione, una fragile

interdipendenza. Mi interessano le dinamiche comportamentali dentro determinati contesti. Mi interessa come i fenomeni esterni possano cambiare la condizione di fattori interni: profilo, emozioni, inclinazioni, generando un costante processo di identificazione. Focalizzo la mia attenzione sulla condizione di vuoto esistenziale, per poi congelarla all’interno della pittura… una pittura usata solo come pretesto per sottolineare Il senso di precarietà che caratterizza l’esistenza”.

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