Romberg Arte Contemporanea

THE REVIEW - PARALLEL VINES #3 - ROMBERG'S 2020-2021 SEASON

GIORGIO GALLI / LANDS

curated by Italo Bergantini and Daniele Zerbinati

unpublished story by Lorenzo Pennacchi


February - March 2021

ROOMBERG ROMBERG'S Project Space - Latina (Italy)

Installation view, photo credits Marcello Scopelliti

EN_

Ceterum quidem omne spatium 

non vita sed tempus est.

In fact, all the space that remains 

it is not life, but time.

(De brevitate vitae, II, Seneca)

When I tell you that we are alone, we are alone.

Life is only on Earth. And just for a little while longer.

(“Melancholia”, Lars Von Trier)


The tight cycle of the lives in trans-lative expansion (which take us beyond) comes to an end, reconsigning us to the cyclonic greenhouse of our mediated experience. On 7th February, for the final act of the “Viti Parallele” exhibition, Giorgio Galli presents “Lands”, curated by Italo Bergantini and Daniele Zerbinati. Just as for the previous exhibitions "Fairies" and "Restless Time" Lorenzo Pennacchi will support the project with his third and last unpublished story inspired by the works of the exhibition.

In a scenario that, due to human latency and breadth of view, recalls sections of Africa populated by the Pliocene apemen in a well-known work by Stanley Kubrick, Giorgio Galli leads to the incunabula of cultural tourism, combining the study of the landscape south of Rome with a diachronic research on the possible ways of coding the contact with it through images, from the modernity of Corot to the work of contemporary narrators.

These regions, at first enveloped in the wild womb of the ecumenism in the Rome of the emperors, became unavoidable arteries of the Grand Tour which, starting from the seventeenth century, directed young European aristocrats and landscape architects towards distinguished monuments, social identities, sedimented cultural complexes in the deep morphology of Western civilization, the discovery of which would have resulted in a full intellectual and artistic maturity. The persuasive heat that pervades the veining of the countryside sinks into the increased unreality of Galli, in the form of a corpuscular radiation, a brushing light that bedews the controlled unfolding of the material - tempera and ecological resin, alabaster plaster, waxes and pastels - on the null reference of the panelling, covered with collages; the physical compactness of the sunset over the ripples of the lake waters is synthetically sublimated to chromatic hyperbole in the varying extensions of red; the firmament, the genetic map of the remote past of Odysseus in space, lights up in the horizontal composition of a nocturnal connecting the first phase of anthropogenesis with the last spasm of the cyberworld, unknown to those who - in the great journey - have tried to subdue the indefinite. The mystical character of spiritually connoted environments emerges, the special intimacy of the interpenetration between ancient practices of social coexistence and the search for the recognition of the sacred (an "otherness" compared to the common-profane) whose traces remain inscribed firstly in the hard memory of the artefacts, and afterwards in the visual field and pictorial territory.

Here is the Parousia. The monolith descended to orient the species to its evolutionary head - tail, the paradigm shift announced because of overload in interactive tension. In the metaphysical reflection of that ancient and at the same time futuristic idyll, the post-anthropocene actor examines himself, registering a notable absence: the man-at-the-center.

Text by Daniele Zerbinati 

IT_

Ceterum quidem omne spatium

non vita sed tempus est. 

Infatti, tutto lo spazio che resta

non è vita, ma tempo.

(De brevitate vitae, II, Seneca)


Quando ti dico che noi siamo soli, siamo soli.

La vita è soltanto sulla Terra. E per poco ancora.

(“Melancholia”, Lars Von Trier)


Termina il ciclo serrato della vite in dilatazione trans-lativa (che porta al di là), riconsegnandoci alla serra ciclonica del nostro esperire mediato. Il 7 febbraio, atto finale della rassegna “Viti Parallele”, Giorgio Galli presenta “Lands”, a cura di Italo Bergantini e Daniele Zerbinati. Come per le precedenti esposizioni “Fairies” e “Restless Time” Lorenzo Pennacchi affiancherà il progetto con il suo terzo e ultimo racconto inedito ispirato alle opere della mostra.

In uno scenario che, per latenza umana e ampiezza di visuale, rievoca spaccati dell’Africa popolata dagli apemen pliocenici in una nota opera di Stanley Kubrick, Giorgio Galli si conduce agli incunaboli del turismo culturale, coniugando lo studio del paesaggio a sud di Roma con una ricerca diacronica sulle possibili modalità di codifica per immagini del contatto con esso, dalla modernità di Corot all’opera dei narratori contemporanei.

Queste regioni, dapprima avviluppate nel ventre selvatico dell’ecumene nella Roma degli imperatori, sono divenute arterie ineludibili nel Grand Tour che, a partire dal XVII secolo, indirizzava giovani aristocratici e paesaggisti europei verso i monumenti insigni, le identità sociali, i complessi culturali sedimentati nella morfologia profonda della civiltà occidentale, dalla cui scoperta sarebbe scaturita una piena maturazione intellettuale e artistica. Il calore suadente che pervade la nervatura della campagna affonda nella irrealtà aumentata di Galli sotto la forma di una radiazione corpuscolare, luce radente a irrorare il dispiegarsi controllato della materia – tempera e resina ecologica, gesso alabastrino, cere e pastelli – sulla referenzialità nulla del tamburato, rivestito da collages; la compattezza fisica del tramonto riverso sulle increspature delle acque lacustri si sublima sinteticamente a iperbole cromatica nelle estensioni varianti del rosso; il firmamento, mappa genetica di trapassati Odisseo nello spazio, si accende nella composizione orizzontale di un notturno per congiungere la prima fase dell’antropogenesi con l’ultimo spasmo del cybermondo, ignoto a quanti abbiano – nel grande viaggio – tentato di assoggettare l’indefinito. Ne emerge il carattere mistico di ambienti spiritualmente connotati, la speciale intimità della compenetrazione tra antiche pratiche di convivenza sociale e ricerca dell’agnizione del sacro (una “alterità” rispetto al comune-profano) le cui tracce permangono inscritte nella memoria dura degli artefatti prima, del campo visivo e del territorio pittorico dopo.

Ecco la parousìa. Il monolite disceso a orientare la specie al testa-coda evolutivo, il paradigm shift annunciato per sovraccarico di tensione interattiva. Nel riflesso metafisico di quell’idillio antico e insieme avveniristico, l’attore post-antropocenico si scruta registrando un notevole assente: l’uomo-al-centro.

Testo di Daniele Zerbinati 

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